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il giallo

La maschera ipossica e il training in altura: cosa sappiamo sulla morte di Sivert Guttorm Bakken al Passo di Lavazè

Un campione in ripartenza: il biathlon piange, l’indagine italiana cerca risposte, la Norvegia chiede prudenza

Redazione La Sicilia

25 Dicembre 2025, 15:39

La maschera ipossica e il training in altura: cosa sappiamo sulla morte di Sivert Guttorm Bakken al Passo di Lavazè

La porta della camera non si apre per la colazione. Silenzio, neve compatta fuori dal Passo di Lavazè: 1.800 metri di altitudine, boschi e piste che gli sciatori di fondo chiamano casa. Dentro una stanza d’albergo, il corpo di Sivert Guttorm Bakken, 27 anni, biatleta norvegese, l’aria rarefatta di una mattina d’inverno e – particolare che farà discutere a lungo – una maschera per l’allenamento ipossico indossata al momento del ritrovamento. È qui che si ferma la sua corsa, durante una sessione di lavoro in altura che avrebbe dovuto avvicinarlo al sogno olimpico. A fermarsi, però, sono solo i minuti: le domande, invece, cominciano a muoversi subito.

I fatti accertati finora

  1. La notizia del decesso è stata confermata dalla International Biathlon Union (IBU) con un comunicato ufficiale del 23 dicembre 2025. L’organizzazione ha parlato di “profondo shock” per la scomparsa dell’atleta, impegnato in un training camp in Italia. La camera era a Lavazè (Trentino); le autorità italiane hanno informato i colleghi norvegesi. La causa della morte non è stata ancora resa nota.
  2. La sera successiva, il 24 dicembre 2025, la Norges Skiskytterforbund (la federazione norvegese di biathlon) ha diffuso un aggiornamento: quando è stato trovato, Bakken indossava una “høydemaske” (maschera per simulare la quota). La stessa federazione ha specificato di non conoscere “le circostanze relative all’acquisizione e all’uso” della maschera e ha chiesto di evitare speculazioni finché non parleranno polizia e medicina legale. È prevista un’autopsia in Italia nei giorni successivi.
  3. Secondo ricostruzioni locali, Bakken alloggiava all’Hotel Dolomiti e si trovava a Lavazè per un blocco di allenamento in quota. Il dettaglio della maschera è stato ripreso anche dai media norvegesi, che hanno sottolineato la mancanza di elementi per collegarne l’uso alla morte.

Chi era Sivert Guttorm Bakken

Nato nel 1998, Bakken era uno dei volti nuovi e più promettenti del biathlon norvegese. Nella stagione 2021/22 aveva centrato la sua prima vittoria in Coppa del Mondo nella mass start di Oslo-Holmenkollen e, con quella, anche la Coppa di specialità; un risultato che lo aveva portato a pieno titolo tra i nomi da tenere d’occhio. Poi, nel 2022, lo stop forzato per una miocardite: due anni difficili, una ripartenza graduale e, nel 2024, il rientro nel circuito IBU fino al ritorno stabile in World Cup nell’inverno 2025/26.

Nell’inverno 2025, in Italia, era arrivata un’altra pietra miliare: l’oro nella sprint dei Campionati Europei Open IBU a Martello/Val Martello (31 gennaio 2025), vinto con 10/10 al tiro e un ultimo giro di grande qualità. Un titolo continentale che aveva il sapore del riscatto sportivo.

Pochi giorni prima della morte, Bakken aveva gareggiato in Coppa del Mondo a Le Grand-Bornand e – segnala la stampa internazionale – navigava attorno alla 13ª posizione della classifica generale stagionale, segno di una condizione in crescita.

Cosa sappiamo sulla maschera ipossica

Il particolare che ha catalizzato l’attenzione è la maschera per allenamento ipossico (spesso venduta come “Elevation Training Mask”). Si tratta di un dispositivo che, tramite resistenze al flusso e valvole, rende più “faticosa” la ventilazione, con effetti che – in laboratorio – includono una leggera riduzione della saturazione di ossigeno, più dispnea, minore tempo a esaurimento e, in alcuni protocolli, una lieve ipossiemia durante sforzi intensi. La letteratura scientifica disponibile indica però che queste maschere non riproducono fedelmente gli stimoli ipossici dell’alta quota: più che simulare la montagna, agiscono come allenatori dei muscoli respiratori.

  1. In studi controllati, l’uso della maschera durante test incrementali ha mostrato una riduzione della potenza di picco e una saturazione periferica di ossigeno leggermente più bassa, senza replicare l’ambiente ipossico dell’altitudine reale.
  2. Altri lavori sottolineano l’aumento della sensazione di “fiato corto” (dispnea) e la possibilità che il beneficio maggiore, quando presente, derivi da un lavoro specifico dei muscoli inspiratori, non da un autentico mimetismo della quota.
  3. Sui risultati cronici, i dati sono contrastanti: alcuni studi non hanno rilevato vantaggi aerobici superiori a un normale programma di intervalli; altri hanno osservato miglioramenti selettivi di soglie ventilatorie o VO2max in contesti non d’élite. In ogni caso, la maschera non modifica parametri ematologici come farebbe un vero periodo in ipossia normobarica (stanze/tende) o in alta quota.

Sul piano regolamentare, dispositivi come tende ipossiche o stanze a ossigeno ridotto sono da anni oggetto di dibattito etico, ma non sono vietati dall’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA). Le Liste delle Sostanze e Metodi Proibiti 2025/2026 non contemplano il divieto di tali tecnologie, che rientrano nell’area lecita dell’allenamento in quota o simulato. Restano invece proibite le manipolazioni del sangue e certe pratiche farmacologiche.

È cruciale, dunque, distinguere tra “maschere di resistenza respiratoria” (spesso commercializzate come “altitude mask”, ma non equivalenti alla quota) e sistemi che riducono effettivamente la fração inspirata di ossigeno (FiO₂). La prima categoria, cui appartiene la maschera indossata da Bakken secondo quanto riportato dalla federazione norvegese, non risulta vietata dai regolamenti antidoping. Questo, naturalmente, non dice nulla sulle cause della morte, che saranno oggetto esclusivo dell’autopsia e delle analisi tossicologiche disposte dalle autorità italiane.

Le indagini in Italia: tempi e cautele

La Procura e la polizia italiane hanno aperto gli accertamenti di rito. La federazione norvegese ha riferito che l’autopsia sarà eseguita in Italia nei “prossimi giorni”, e che i familiari sono in contatto con gli inquirenti. È presumibile (ma non scontato) che i primi esiti autoptici chiariscano dinamiche e compatibilità con eventuali patologie pregresse; le analisi tossicologiche richiedono in genere più tempo. Nel frattempo, la richiesta ufficiale è una: no alle speculazioni.

Fonti italiane di cronaca locale hanno parlato di un decesso “nel sonno” e di un probabile malore, formule che – come sempre in queste ore – indicano più un’assenza di segni di violenza che una diagnosi. L’albergo e la zona, crocevia storico per gli sport della neve in Val di Fiemme, stanno collaborando nel massimo riserbo.

Un atleta in ascesa dopo la malattia

Il percorso di Sivert Guttorm Bakken racconta un’andata e ritorno: l’esplosione del 2022, il buio della miocardite (diagnosi che lo ha messo ai margini per due stagioni) e una lenta risalita, fatta di IBU Cup e rientri scaglionati, fino al podio continentale di Martello e alle top-10 in Coppa del Mondo dell’inverno in corso. Il presidente dell’IBU, Olle Dahlin, lo ha definito un esempio di resilienza. Colleghi come Sturla Holm Lægreid gli hanno dedicato parole di ammirazione per la sua capacità di “spingere quando altri avrebbero mollato”.

La morte di un atleta di élite, regolarmente monitorato e con staff medico alle spalle, colpisce proprio perché rara. La prudenza, in questi casi, è un dovere professionale: le cardiopatie degli sportivi possono sfuggire ai controlli standard, e solo il referto medico-legale potrà offrire certezze. Fino ad allora, l’unico dato solido è che un 27enne nel pieno della sua rincorsa agonistica si è fermato in una stanza d’albergo di montagna, durante un periodo che doveva prepararlo a Milano-Cortina 2026.

Allenarsi “in quota”: perché Lavazè

Per chi pratica biathlon e sci di fondo, il Passo di Lavazè è un luogo speciale: altitudine “giusta” per stimoli fisiologici, rete di piste estesa, logistica comoda con Cavalese e la Val di Fiemme a poca distanza. Squadre norvegesi e non solo scelgono spesso questo altopiano per i blocchi di lavoro natalizi o pre-mondiali: meno dispersione, più densità qualitativa sugli sci e al poligono, clima rigido ma – in genere – stabile. Non sorprende che qui si ritrovino gruppi misti di World Cup e recruit team, ognuno con programmi specifici. Lavazè, di per sé, non è un contesto “estremo”: è l’uso del carico e degli strumenti in combinazione con lo stato individuale a fare la differenza.

L’impatto sul biathlon norvegese e internazionale

La scomparsa di Bakken incide su più livelli. Tecnico: la Norvegia perde un atleta nel pieno del suo peak fisiologico, capace di vincere in Europa e di competere con i migliori in World Cup. Emotivo: compagni, tecnici e rivali hanno espresso cordoglio, ricordandone determinazione e carisma. I prossimi appuntamenti di Coppa saranno, inevitabilmente, attraversati da minuti di silenzio, bracciali neri e da quella forma di elaborazione collettiva che lo sport conosce bene.

Organizzativo: la federazione norvegese ha attivato unità di crisi e supporto psicologico per compagni di squadra e familiari, chiedendo ai media di rispettare tempi e spazi. Sullo sfondo, un tema che tornerà: come comunicare pubblicamente eventi di questo tipo in modo responsabile, senza cedere a conclusioni precoce o a teorie non suffragate da evidenze.