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Primarie del campo largo, il no di Salis cambia la partita: Schlein e Conte restano soli, ma il problema è tutto nelle regole

Il rifiuto della sindaca di Genova lascia scoperto il fronte riformista e riporta al centro il vero conflitto: non solo chi guiderà l’alleanza, ma con quali regole verrà scelto il candidato

19 Agosto 2026, 11:14

11:20

Primarie del campo largo, il no di Salis cambia la partita: Schlein e Conte restano soli, ma il problema è tutto nelle regole

Primarie, Salis ribadisce il suo no. Le mosse di Schlein e lo stop di Conte al ballottaggio

Nel centrosinistra il nome che potrebbe tenere insieme i pezzi è proprio quello che non vuole entrare in partita. Mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte si preparano a contendersi la leadership del campo progressista, il rifiuto di Silvia Salis toglie dal tavolo la figura che più di ogni altra avrebbe potuto allargare la coalizione oltre i suoi confini naturali.

Il punto di partenza, oggi, è più netto di quanto sembri. Nel cantiere delle primarie del campo largo ci sono due nomi veri e uno che continua a essere evocato proprio perché non c’è: Elly Schlein e Giuseppe Conte sono le candidature che, allo stato, hanno consistenza politica reale; Silvia Salis, invece, resta il nome più pronunciato e insieme il più sfilato, perché da Genova continua a filtrare la stessa risposta: non sarà lei la terza incomoda chiamata a ricomporre le anime del centrosinistra. È da questa assenza, prima ancora che dalla sfida tra i due leader, che si misura la fragilità dell’operazione.

Il no di Salis pesa più di una candidatura mancata

La sindaca di Genova non è un nome qualunque in questo schema. Da quando ha vinto al primo turno le comunali del 25-26 maggio 2025, diventando il simbolo più efficace di un’alleanza larga capace di tenere insieme Pd, M5S, Avs e una componente centrista e civica, il suo profilo è stato letto da molti come una possibile soluzione nazionale: meno identitaria dei leader di partito, più spendibile verso il centro, sufficientemente riconoscibile a sinistra. Proprio per questo il suo rifiuto non è una nota di colore ma un fatto politico. Salis è sindaca dal 29 maggio 2025 e il suo insediamento, confermato dagli atti del Comune, ha dato alla coalizione progressista un caso di studio che molti avrebbero voluto trasferire sul piano nazionale.

A rendere il suo no ancora più rilevante è il tipo di coalizione che l’aveva sostenuta a Genova. Non una semplice somma tra sigle della sinistra, ma una costruzione che includeva anche aree riformiste e moderate, dalle liste civiche fino a soggetti riconducibili a Azione, Italia Viva, +Europa e DemoS. In altri termini: esattamente quel perimetro che, nelle discussioni romane, viene giudicato necessario se si vuole allargare il consenso oltre il blocco tradizionale formato da democratici, grillini e sinistra ecologista. Senza una figura di quel tipo, la coalizione torna a essere una trattativa tra gruppi dirigenti, più che un’offerta politica capace di parlare a pezzi diversi dell’elettorato.

Nel ragionamento del Corriere, il punto è molto concreto: senza Salis, e dunque senza un nome forte dell’area riformista, diventa più difficile immaginare che Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, da soli, riescano a superare la soglia del 40% considerata decisiva nella competizione per il governo. È una soglia evocata non come dato astratto, ma come misura politica del problema: quanto vale davvero, in termini elettorali, una coalizione che nasce già concentrata sul proprio recinto?

Schlein e Conte: due candidature certe, due strategie diverse

Che Schlein e Conte siano oggi i protagonisti obbligati della partita non dipende soltanto dal peso dei rispettivi partiti. Dipende anche dalla loro collocazione formale: Schlein è segretaria nazionale del Pd dal 12 marzo 2023; Conte è presidente del Movimento 5 Stelle, come risulta dall’organigramma ufficiale e dalla proclamazione interna più recente. Sono, in altre parole, i due leader legittimati a rivendicare il ruolo di federatori del campo progressista.

Ma il fatto che i nomi siano gli stessi non significa che la strategia sia comune. Schlein ha interesse a portare il confronto su un terreno aperto e leggibile, in cui il peso organizzativo del Pd, la rete amministrativa, la capacità di mobilitare elettori di sinistra e progressisti possano trasformarsi in un vantaggio competitivo. Conte, al contrario, sa che un meccanismo troppo aperto o troppo lungo rischia di favorire la segretaria dem, soprattutto in un eventuale secondo turno, quando gli elettorati di sinistra e l’area moderata potrebbero convergere contro di lui. È su questo scarto che si innesta il braccio di ferro vero: non soltanto chi debba guidare la coalizione, ma con quali regole lo si debba decidere. 

Il dato politico più interessante, in questa fase, è che nessuno dei due leader sembra disposto a farsi imporre la cornice dall’altro. La segretaria del Pd non ha fretta di formalizzare la candidatura prima che le regole siano definite; il leader del M5S non intende consegnarsi a un meccanismo che, per struttura, potrebbe trasformare una sua forza negoziale in una sconfitta annunciata. Le primarie, insomma, non sono ancora l’evento: sono l’oggetto del contendere.

Il nodo delle regole: il ballottaggio che divide il campo

Il punto più sensibile è quello del doppio turno. Se nessuno superasse il 40% ai gazebo, ci sarebbe un ballottaggio? Secondo quanto ricostruito dal Corriere, i Cinque Stelle restano contrari. La ragione è trasparente: un secondo turno, in uno scenario con più candidature, avrebbe buone probabilità di favorire Schlein, che potrebbe raccogliere consensi sia da sinistra sia dall’eventuale area moderata. La diffidenza del M5S non è dunque procedurale ma squisitamente politica. 

Attorno a questo nodo se ne addensa un altro: il rapporto tra voto fisico ai gazebo e voto online. Nell’articolo del Corriere viene citata anche l’ipotesi, poi smentita, di uno scambio politico tra apertura al doppio turno e possibilità di votare su piattaforma digitale. È un dettaglio che conta perché segnala la natura reale del confronto: non una discussione accademica sulle migliori pratiche democratiche, ma una partita in cui ogni regola viene letta alla luce del vantaggio competitivo che può produrre. Per il M5S, la partecipazione online sarebbe coerente con una propria cultura organizzativa; per il Pd, una consultazione troppo ibrida rischierebbe di cambiare il baricentro del voto e di indebolire il valore politico dei gazebo, che nella tradizione democratica hanno sempre rappresentato anche una forma di radicamento territoriale. 

Qui si vede bene la differenza tra una coalizione costruita per convenienza e una coalizione costruita per cultura politica condivisa. Quando si discute perfino dell’infrastruttura del voto, significa che manca ancora un’intesa di fondo sul significato stesso delle primarie: devono essere un’investitura popolare larga o uno strumento di regolazione dei rapporti di forza interni? Finché la domanda resta aperta, ogni accordo sui dettagli rischia di essere solo provvisorio.

Il vuoto dei riformisti e i nomi che non sciolgono il problema

L’assenza di Salis riapre inevitabilmente il dossier del terzo nome. Nelle ricostruzioni giornalistiche circolano le ipotesi di Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, e di Franco Gabrielli, ex capo della Polizia ed ex sottosegretario con delega ai servizi. Sono profili diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica: vengono evocati come possibili punti di equilibrio per un’area riformista che teme di essere schiacciata tra la leadership della sinistra dem e quella del populismo post-governista di Conte. Tuttavia, almeno allo stato, si tratta di nomi che non hanno ancora prodotto una vera dinamica politica autonoma. Restano opzioni da retroscena più che candidature in grado di spostare i rapporti di forza.

Ed è proprio questo il punto. I riformisti non hanno solo bisogno di un nome: hanno bisogno di un nome che porti con sé una storia politica, una credibilità amministrativa e soprattutto una capacità di coalizzare mondi diversi. Salis questo capitale lo aveva accumulato in pochi mesi, grazie a una vittoria concreta e recente. Gli altri nomi, per ora, non sembrano poter offrire la stessa combinazione di novità, riconoscibilità e spendibilità elettorale. Per questo il vuoto non è facilmente colmabile.

Anche Avs osserva, e tiene aperta una porta

A complicare ulteriormente il quadro c’è la posizione di Alleanza Verdi-Sinistra. Nicola Fratoianni, in un’intervista rilanciata da ANSA il 9 agosto 2026, ha detto di non escludere che Avs possa esprimere una propria proposta, aggiungendo che la formazione ha "tutte le carte in regola" per candidarsi al governo del Paese. È una frase che non va letta come semplice rivendicazione identitaria: è il segnale che, se la contesa tra Schlein e Conte dovesse irrigidirsi, anche la sinistra alla loro sinistra potrebbe scegliere di non limitarsi al ruolo di spettatrice o di serbatoio elettorale. 

Il messaggio, in sostanza, è doppio. Da un lato, Avs ricorda di avere peso e autonomia; dall’altro, avverte che le primarie non possono ridursi a un derby personalistico tra i leader dei due partiti maggiori della coalizione. Per una parte dell’elettorato progressista, il tema non è soltanto chi vinca ma quale agenda emerga: lavoro, welfare, politica estera, transizione ecologica, rapporto con il centro. Se questi contenuti restano subordinati allo scontro sulle regole, la competizione rischia di consumarsi prima ancora di cominciare.