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Anniversari

La strage, alle 10:25 Bologna si ferma a ricordare: l'esplosione nella Stazione centrale che stravolse l'Italia

E' il 46° anniversario del più grave attentato del Paese repubblicano nel dopoguerra: un minuto di silenzio tra corteo, richiesta di trasparenza e verità giudiziaria

02 Agosto 2026, 09:38

09:40

Bologna, 10:25: l’ora che non passa mai. La città ricorda la strage 46 anni dopo

Dal cortile del Comune alla stazione, nel punto esatto in cui la memoria si fa silenzio: una giornata che non è solo commemorazione, ma misura civile della verità conquistata e di quella ancora da difendere

Alle 10:25 a Bologna non suona soltanto un orario: si riapre una ferita. L’orologio della stazione, fermo da 46 anni, continua a dire ciò che la città non ha mai accettato di lasciar scivolare nel passato. Non è un dettaglio urbano, non è un simbolo consumato dalla ritualità: è il promemoria pubblico di un’esplosione che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone e ne ferì oltre 200, il più grave attentato dell’Italia repubblicana nel dopoguerra. Anche quest’anno oggi Bologna torna a camminare verso quel punto preciso del proprio trauma, con una marcia che unisce Palazzo d’Accursio a piazza Medaglie d’Oro, davanti alla stazione, fino al minuto di silenzio che cade esattamente nell’istante dell’attentato.

La forza di questa ricorrenza, però, non sta soltanto nella ripetizione del rito. Sta nel fatto che ogni anno la città verifica se stessa. Se è ancora capace di distinguere la memoria dalla retorica, il cordoglio dalla rimozione, la verità dalle sue manipolazioni. Il 46° anniversario si colloca in un clima cittadino delicato: il sindaco Matteo Lepore ha parlato di una Bologna “ferita”, richiamando anche le tensioni recenti legate ai fatti del Pilastro e auspicando una partecipazione larga al corteo, quasi a dire che certe città, quando vengono colpite, rispondono ancora scendendo in strada.

Il programma della mattina: la città si mette in cammino

La giornata commemorativa si apre presto. Dalle 6:30 il Parco della Montagnola accoglie l’arrivo delle staffette podistiche e ciclistiche giunte da varie parti d’Italia, una presenza che negli anni è diventata parte integrante del paesaggio civile del 2 agosto: corpi in movimento per ricordare vite spezzate, memoria che non resta ferma. Poi, alle 8:30, nel Cortile d’Onore di Palazzo d’Accursio, si tiene l’incontro tra i familiari delle vittime e i rappresentanti delle istituzioni. Sono attesi, accanto a Matteo Lepore, il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, indicato come rappresentante del governo alla cerimonia.

Subito dopo, alle 9:10, parte il corteo diretto verso la stazione. È il cuore visibile della commemorazione: una marcia sobria, composta, ma profondamente politica nel significato più alto del termine, perché tiene insieme familiari, cittadini, istituzioni, associazioni, gonfaloni, sindacati, memoria democratica. Il percorso conduce fino a piazza Medaglie d’Oro, dove alle 10 è previsto l’intervento del presidente dell’associazione dei familiari. Alle 10:25, il triplice fischio del treno e il minuto di silenzio segnano il momento più solenne della mattinata, nel punto esatto in cui il tempo di Bologna continua a interrompersi.

Non è un dettaglio secondario che il corteo parta dal Comune e raggiunga la stazione: è un tragitto breve sul piano geografico, enorme sul piano simbolico. Mette in relazione il luogo dell’istituzione con quello della ferita, la rappresentanza pubblica con il dolore privato, la città che governa se stessa con la città che ancora si interroga su ciò che le è stato fatto. Le ordinanze sulla mobilità predisposte dal Comune di Bologna confermano la centralità di questo asse urbano, con divieti e chiusure che interessano, tra le altre, piazza del Nettuno, via Ugo Bassi, via Rizzoli, via dell’Indipendenza, piazza XX Settembre, viale Pietramellara e piazza Medaglie d’Oro nella fascia oraria della commemorazione. È un’indicazione pratica, certo, ma anche la prova concreta di quanto la città, in quelle ore, si riconfiguri attorno al proprio dovere di ricordare.

La prima volta di Paolo Lambertini e il passaggio di testimone nei familiari

Tra gli elementi nuovi dell’edizione 2026 c’è la prima commemorazione guidata da Paolo Lambertini come presidente dell’Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage alla Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980. Succede a Paolo Bolognesi, figura centrale nella lunga battaglia pubblica e giudiziaria che ha impedito alla strage di essere sepolta sotto strati di ambiguità, depistaggi, mezze verità e revisionismi interessati. Non si tratta di un semplice avvicendamento associativo: è un passaggio delicato dentro una storia in cui i familiari non sono stati spettatori del dolore, ma protagonisti tenaci della ricerca di verità e giustizia.

Lo stesso Lambertini, presentando le iniziative, ha richiamato alcuni nodi ancora aperti: dall’attuazione della legge 206 sui risarcimenti alla richiesta di una desecretazione effettiva degli atti ancora non pienamente accessibili. È un punto essenziale per capire il senso di questo anniversario. Bologna non commemora soltanto le vittime; interroga ancora le istituzioni sulla completezza della trasparenza dovuta. In questa cornice, la presenza del sottosegretario Molteni viene letta dai familiari come un’occasione per riproporre richieste precise, non come un atto formale da assolvere.

85 morti, oltre 200 feriti: i numeri che resistono alla banalizzazione

I numeri della strage sono noti, ma la loro ripetizione non li rende meno violenti. Al contrario: li sottrae all’erosione del linguaggio. Ottantacinque morti, oltre duecento feriti, un’intera città travolta, famiglie distrutte, biografie spezzate nel pieno di un sabato d’esodo estivo, in uno dei principali snodi ferroviari del Paese. Ogni anno Bologna li pronuncia di nuovo anche per evitare che l’abitudine li trasformi in sfondo. Dietro quel numero c’erano persone in partenza, in arrivo, in attesa, al lavoro, in viaggio. La strage colpì il luogo per definizione del transito, del movimento, della normalità condivisa. Proprio per questo il suo effetto sulla coscienza nazionale fu devastante e durevole.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nel messaggio diffuso in occasione dell’anniversario, ha definito l’esplosione un segno “indelebile” nella coscienza civile del Paese, richiamando anche l’immagine dell’orologio della stazione fermo all’ora dell’attentato come testimonianza permanente della “disumanità” del disegno eversivo di matrice fascista. Parole che si inseriscono in una memoria istituzionale ormai consolidata nel riconoscere la natura politica della strage e il suo attacco diretto alla convivenza democratica.

La verità giudiziaria costruita in decenni, e il peso dei depistaggi

Se c’è una ragione per cui Bologna continua a riempire le piazze il 2 agosto, è anche questa: la verità non è arrivata subito, né facilmente. È passata attraverso processi lunghissimi, ostacoli, menzogne, piste costruite ad arte, resistenze di apparati, battaglie legali condotte per decenni. Nel tempo sono diventate definitive le condanne per gli esecutori materiali già individuati in Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini; più di recente la Cassazione ha reso definitiva, nel gennaio 2025, anche la condanna all’ergastolo per Gilberto Cavallini.

Un ulteriore passaggio decisivo è arrivato il 1° luglio 2025, quando la Cassazione ha confermato in via definitiva l’ergastolo per Paolo Bellini per concorso nella strage. Nelle ricostruzioni giudiziarie richiamate successivamente, il suo ruolo viene inserito in un quadro più ampio che ha consolidato, sul piano processuale, anche il tema dei mandanti, dei finanziatori e dei depistaggi. Nello stesso procedimento sono diventate definitive anche la condanna a sei anni per l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel per depistaggio e quella a quattro anni per Domenico Catracchia per false informazioni al pubblico ministero. È un punto che pesa molto nella memoria pubblica: la strage non fu solo un atto terroristico, ma anche un terreno di occultamento.

Questo spiega perché la parola verità, a Bologna, non abbia mai avuto il tono generico dei discorsi commemorativi. Qui è una parola processuale, archivistica, civile. È il risultato di atti, sentenze, testimonianze, riscontri, errori pagati a caro prezzo, tenacia dei familiari e lavoro delle parti civili. Lo ha ricordato lo stesso Lepore, sottolineando che senza la perseveranza dei parenti delle vittime il Paese non avrebbe ottenuto alcune delle sue sentenze più importanti.

Una memoria che parla anche al presente

Ogni anniversario rischia di chiudersi nel passato, ma quello di Bologna conserva una qualità diversa: costringe a fare i conti con il presente. Il manifesto scelto per il 2026 lo dice con una formula semplice e incisiva: “Bologna 10.25 Nessuna coincidenza”. L’immagine, realizzata nell’ambito del progetto “Poster for the city” da una studentessa dell’Accademia di Belle Arti, evita la celebrazione facile e punta su un messaggio netto: ciò che accadde non fu fatalità, né corto circuito della storia, né mistero destinato a evaporare. Fu una strage. E chiamarla con il suo nome resta il primo argine contro ogni smemoratezza.

In questo senso, la commemorazione del 2 agosto continua a essere anche un esercizio di vigilanza democratica. La memoria non serve soltanto a onorare chi non c’è più; serve a riconoscere i meccanismi con cui la violenza politica prova a colpire le istituzioni e a deformare il racconto dei fatti. Per questo Bologna respinge da sempre ogni tentativo di trasformare l’anniversario in una liturgia innocua. La città preferisce una memoria scomoda, documentata, capace di nominare responsabilità, matrici, depistaggi, contesti.

Perché il 2 agosto resta un test civile per l’Italia

La strage di Bologna non appartiene solo a Bologna. Certo, è la città che porta addosso quella ferita in modo più visibile: nella stazione, nell’orologio fermo, nelle lapidi, nel corteo, nel lessico civile dei suoi amministratori e dei suoi familiari. Ma il significato di quel 2 agosto 1980 oltrepassa da sempre i confini locali. Colpire la stazione, in piena estate, in un luogo attraversato da viaggiatori anonimi, significò colpire l’idea stessa di una comunità aperta, mobile, quotidiana. La bomba non mirava solo a uccidere: mirava a destabilizzare, a seminare paura, a incrinare la fiducia nello Stato democratico.

Per questo il corteo che ogni anno si muove dal cuore istituzionale della città verso la stazione non è soltanto una tradizione locale. È una delle poche forme di ritualità pubblica italiane che conservano intatta una funzione repubblicana. Non consola, non assolve, non semplifica. Ricorda che la democrazia è stata ferita e che a salvarla, allora come dopo, non sono state le formule vuote ma la tenacia di chi ha continuato a pretendere documenti, processi, nomi, sentenze, responsabilità.

Alle 10:25 di oggi, come ogni anno, Bologna torna a fermarsi. Ma il senso più profondo di quel silenzio è che non si è fermata mai davvero. Ha continuato a cercare, a parlare, a ricostruire, a insegnare. E forse è proprio questo che rende il 2 agosto così diverso da molte altre ricorrenze italiane: qui la memoria non è il contrario del movimento. È una città intera che continua a camminare, ostinata, verso il luogo in cui le hanno strappato il tempo.