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Conflitto

Il braccio di ferro Washington-Teheran ancora sullo Stretto di Hormuz con Trump che sospende attacco all'Iran

Era stato pianificato per la giornata di domani. Per il presidente Usa "adesso accordi seri" anche se la proposta di Piano di pace dell'Iran è stato giudicato "insufficente"

18 Maggio 2026, 21:25

21:32

Iran, l’ultimatum di Trump e la risposta di Teheran: diplomazia al limite, con Hormuz sullo sfondo

Una nuova proposta iraniana è arrivata a Washington, ma per la Casa Bianca non basta: tra minacce, diffidenze e un negoziato che cambia forma di giorno in giorno, il confronto entra nella sua fase più pericolosa.

Donald Trump annuncia di aver sospeso il «pianificato attacco all’Iran» in programma domani su richiesta dell’Emiro del Qatar, del principe ereditario dell’Arabia Saudita e del presidente degli Emirati Arabi Uniti.

"Ho impartito istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo dello Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, affinché non venga eseguito l’attacco contro l’Iran programmato per domani», ha scritto sul suo social Truth.

Il nuovo braccio di ferro tra Washington e Teheran, che allontana l'accordo di pace, resta però incentrato sullo Stretto di Hormuz, una strettoia d’acqua da cui passa una quota decisiva del petrolio mondiale via mare, un corridoio energetico che nel 2025 ha visto transitare in media circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa un quarto del commercio marittimo globale di petrolio. Quando lì si fermano le navi, il prezzo della crisi non si misura solo in missili o dichiarazioni, ma in mercati, inflazione, rotte commerciali e nervi scoperti delle cancellerie.

L’Iran ha fatto sapere di aver risposto all’ultima proposta degli Stati Uniti, trasmettendo una versione rivista del proprio piano attraverso il Pakistan, oggi mediatore di fatto del dialogo. Ma la risposta, secondo fonti statunitensi citate da Axios, è stata giudicata dalla Casa Bianca “insufficiente”, perché non segnerebbe un cambiamento sostanziale rispetto ai punti già respinti da Washington nei giorni scorsi. Nel frattempo, Donald Trump ha alzato ancora il tono: ha dichiarato di non essere aperto a concessioni e ha avvertito che l’Iran “sa cosa accadrà a breve”.

La risposta iraniana e il negoziato che non riesce a stabilizzarsi

Il dato più importante della giornata è che un canale negoziale, per quanto precario, resta aperto. Il ministero degli Esteri iraniano ha confermato che la replica di Teheran all’ultima proposta americana è stata consegnata; una fonte pakistana citata da Reuters ha spiegato che Islamabad ha inoltrato il testo a Washington e ha riassunto così il clima delle trattative: “non abbiamo molto tempo”. La stessa fonte ha aggiunto che entrambe le parti continuano a spostare i propri obiettivi, dettaglio che racconta bene il problema di fondo: non si tratta solo di colmare una distanza, ma di negoziare su un terreno che cambia continuamente.

Secondo media iraniani vicini agli ambienti negoziali, la nuova proposta sarebbe articolata in 14 punti e avrebbe come asse principale la fine della guerra. Le indiscrezioni rilanciate da ANSA e da altri media regionali suggeriscono che l’Iran starebbe provando a spostare il negoziato da una logica di capitolazione a una di congelamento: non uno smantellamento totale del programma nucleare, ma uno stop prolungato, accompagnato da garanzie, aperture progressive sul dossier marittimo e concessioni economiche. È un tentativo di riformulare il compromesso in modo meno punitivo per la leadership iraniana e, soprattutto, più difendibile sul piano interno.

Tra gli elementi emersi con maggiore insistenza c’è la disponibilità iraniana ad accettare un lungo periodo di congelamento del programma nucleare, a condizione che l’uranio altamente arricchito venga trasferito in Russia e non negli Stati Uniti. È una sfumatura tutt’altro che secondaria: per Teheran la destinazione del materiale sensibile non è un dettaglio tecnico, ma un nodo politico e simbolico. Affidarlo a Mosca significherebbe sottrarlo al controllo diretto americano senza rinunciare del tutto alla possibilità, almeno teorica, di recuperare margini negoziali in futuro. Ma proprio questo schema, per Washington, rischia di apparire insufficiente o reversibile.

Perché la Casa Bianca considera insufficiente la nuova offerta

Il giudizio della Casa Bianca è netto: la proposta aggiornata dell’Iran non rappresenterebbe un miglioramento significativo. La formula, riportata da Axios, è importante perché segnala che il problema per Washington non è soltanto la presenza di divergenze, ma il fatto che l’ultima mossa iraniana non cambi davvero la struttura del dossier. Se questa lettura regge, allora il rischio è che il negoziato venga percepito dalla parte americana come un esercizio tattico di gestione del tempo, più che come un percorso verso un’intesa verificabile.

Il punto centrale resta il programma nucleare iraniano. Anche qui conviene distinguere tra propaganda e sostanza. Dopo i colpi subiti dai siti nucleari e il deterioramento del quadro regionale, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non è in grado di verificare pienamente se l’Iran abbia davvero sospeso tutte le attività di arricchimento, né può confermare con certezza dimensione, composizione e ubicazione attuale dell’intero stock di uranio arricchito. Secondo il quadro riportato dall’AP sulla base di documenti dell’IAEA, l’Iran disponeva di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%, un livello tecnicamente ancora sotto la soglia militare del 90%, ma molto vicino in termini di percorso industriale e strategico.

È questo il motivo per cui la parola “freeze”, congelamento, non rassicura automaticamente gli Stati Uniti. Un congelamento può essere utile a fermare l’escalation nell’immediato, ma se non è accompagnato da verifiche robuste, accesso degli ispettori e meccanismi di irreversibilità, rischia di essere considerato un semplice rinvio del problema. La diffidenza americana nasce qui: non soltanto dal contenuto dell’offerta, ma dalla possibilità che il contenuto non sia controllabile in modo indipendente.

Trump alza il prezzo politico del confronto

Le parole di Donald Trump vanno lette dentro questa cornice. Nelle ultime ore il presidente ha sostenuto, in interviste rilanciate da ANSA, che non è disposto ad alcuna concessione e che l’Iran sa già che cosa accadrà “a breve”, anche se «sono ora in corso seri negoziati» che secondo

l'Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan - porteranno ad un «accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d'America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre».

In un altro passaggio, ha accusato Teheran di concordare un’intesa per poi inviare testi diversi da quanto pattuito verbalmente. È un messaggio costruito per due destinatari insieme: agli iraniani dice che la finestra si sta chiudendo; all’opinione pubblica americana e agli alleati regionali vuole mostrare che la Casa Bianca non sta arretrando sotto pressione.

Non è la prima volta, nelle ultime settimane, che Trump alterna l’apertura negoziale alla minaccia esplicita. Già il 1 maggio 2026 aveva detto che l’Iran voleva un accordo ma di non esserne soddisfatto; l’11 maggio 2026 aveva definito ancora possibile una soluzione diplomatica; il 17 maggio aveva però avvertito che il “tempo stringe”, con il rischio crescente di una ripresa delle ostilità. In altre parole, la linea americana oscilla, ma non per indecisione: più probabilmente per tentare di massimizzare la pressione senza chiudere del tutto il tavolo.

In questo quadro pesa anche il fatto che, secondo CNN e Axios, il presidente abbia riunito i principali consiglieri per la sicurezza nel suo golf club in Virginia per discutere dell’Iran; tra i presenti, secondo i resoconti, c’erano il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della CIA John Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff. Il solo fatto che il dossier sia stato affrontato a quel livello indica che la Casa Bianca sta tenendo aperte contemporaneamente più opzioni, compresa quella militare.

Hormuz, petrolio e la dimensione globale della crisi

Se il negoziato fallisse davvero, il punto di ricaduta immediata non sarebbe soltanto il fronte militare. Sarebbe, appunto, Hormuz. Teheran ha annunciato la creazione di un organismo incaricato di gestire lo stretto, la nuova Autorità dello Stretto del Golfo Persico, e ha ribadito che il passaggio delle navi dovrà avvenire in coordinamento con le autorità iraniane. È un modo per istituzionalizzare una leva di pressione che l’Iran considera cruciale: trasformare la geografia in strumento negoziale.

Il motivo per cui il mondo osserva quella striscia d’acqua con apprensione è semplice. Secondo la IEA, attraverso lo Stretto di Hormuz sono transitati nel 2025 circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, e la stessa agenzia ricorda che una quota molto elevata di questi flussi è diretta verso l’Asia. Anche il GNL è esposto: circa il 19% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto dipende da quel passaggio. Ciò significa che ogni minaccia alla navigazione colpisce non solo i paesi direttamente coinvolti nel conflitto, ma l’intera architettura dei mercati energetici globali.

Non a caso, secondo Bloomberg, gli Stati Uniti stanno valutando una nuova deroga sulle forniture di petrolio russo, potenzialmente per 30 giorni o più, proprio a causa dell’effetto che la guerra in Iran sta avendo sulle disponibilità energetiche. È un dettaglio politicamente rilevante: quando una crisi regionale costringe Washington a ricalibrare persino il dossier russo, significa che l’impatto atteso sul mercato è considerato serio.

Il ruolo di Pakistan, Russia e degli altri attori regionali

Un altro elemento da non sottovalutare è la centralità crescente del Pakistan come canale di comunicazione. Le informazioni disponibili indicano che Islamabad ha già ospitato colloqui e continua a fare da tramite tra le due capitali. Questo non significa che il Pakistan sia il regista esclusivo della mediazione, ma mostra come il negoziato si stia progressivamente spostando fuori dai formati tradizionali e verso una diplomazia più fluida, in cui gli intermediari regionali contano più delle grandi conferenze internazionali.

Sul fondo resta poi la questione di Mosca. L’ipotesi di trasferire in Russia l’uranio altamente arricchito iraniano, se confermata, assegnerebbe al Cremlino un ruolo sensibile nella messa in sicurezza del materiale nucleare. Per Teheran potrebbe essere una garanzia; per gli Stati Uniti, una complicazione ulteriore in una fase in cui il rapporto con Mosca è già attraversato da tensioni su più fronti. Anche per questo, il negoziato sull’Iran è ormai inseparabile da un più ampio riassetto degli equilibri regionali e globali.

C’è infine il fattore Israele. Nel liveblog di ANSA si riferisce di una telefonata tra Trump e Benjamin Netanyahu, e della disponibilità israeliana a essere coinvolta in caso di ripresa delle ostilità. Non è un dettaglio secondario: ogni segnale di coordinamento tra Washington e Gerusalemme aumenta la pressione su Teheran, ma rende anche più difficile una de-escalation rapida, perché agli occhi della leadership iraniana rafforza il sospetto che il negoziato si svolga sotto la minaccia di una forza già pronta.

Teheran prende tempo o prova davvero a salvare il tavolo?

La domanda decisiva, a questo punto, è se l’Iran stia davvero cercando un’intesa oppure stia soprattutto cercando di guadagnare tempo. La risposta, con prudenza, è che probabilmente sta tentando entrambe le cose. Da un lato, la scelta di inviare una proposta rivista e di non chiudere il canale con Washington indica che una parte della leadership iraniana non considera inevitabile il ritorno alla guerra. Dall’altro, il contenuto trapelato della proposta suggerisce che Teheran vuole preservare spazi di sovranità sul proprio programma nucleare, limitando al massimo l’impressione di una resa.

È qui che il negoziato rischia di incepparsi definitivamente. Per l’Iran, cedere troppo significherebbe esporsi sul fronte interno e regionale. Per gli Stati Uniti, accettare troppo poco significherebbe ritrovarsi presto nello stesso punto, con la stessa crisi e meno credibilità. È il classico stallo in cui entrambi hanno interesse ad evitare il collasso, ma nessuno vuole essere il primo a compiere il passo politicamente più costoso.

Per ora, dunque, il quadro è questo: una proposta iraniana è arrivata; gli Stati Uniti l’hanno ritenuta inadeguata; Trump ha scelto il linguaggio dell’ultimatum; il dossier nucleare resta avvolto da incertezze tecniche e da una profonda sfiducia politica; e sullo sfondo c’è Hormuz, il punto in cui una crisi diplomatica può trasformarsi in una scossa globale. In una regione dove spesso tutto precipita all’improvviso, il fatto che il tavolo esista ancora è già una notizia. Ma non basta a dire che stia davvero reggendo.