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Giallo di Pietracatella

Avvelenate con la ricina, ancora i parenti e l'infermiere intervenuto a casa al centro degli interrogatori

L'inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia, Sara Di Vita, dovrebbe essere prossima alla conclusione

18 Maggio 2026, 20:07

20:10

Pianta di ricina, generico

Pianta di ricina, generico

L’inchiesta sul giallo di Pietracatella - madre e figlia avvelenate con la ricina dopo Natale - è nella sua fase più delicata: gli investigatori hanno raccolto migliaia di informazioni dopo aver sentito più di cento testimoni e ora puntano a chiudere il cerchio iscrivendo uno o più nomi sul registro degli indagati. Ci sono però altri passaggi cruciali dell’inchiesta ancora da compiere, tre su tutti: cercare le tracce della ricina nella casa della famiglia Di Vita, analizzare i dati contenuti sui telefoni e sugli altri dispositivi elettronici sequestrati e attendere il deposito degli atti relativi alle autopsie sui corpi delle vittime, deposito previsto a fine mese.

Intanto in questura a Campobasso oggi è iniziata l’ennesima settimana di interrogatori. La Squadra Mobile guidata da Marco Graziano, al mattino ha sentito come testimoni alcuni parenti. Poi, nel pomeriggio, è toccato invece all’infermiere che a dicembre somministrò una flebo nella casa di Pietracatella dove vivevano Sara Di Vita e sua mamma Antonella Di Ielsi: le due donne morirono poche ore più tardi dopo il ricovero all’ospedale Cardarelli di Campobasso.

L’uomo, un amico di famiglia, dipendente di una struttura sanitaria del capoluogo molisano, era già stato sentito dagli investigatori nelle settimane passate, ma ora è stato di nuovo convocato su istanza dell’avvocato di uno dei cinque medici indagati nella prima fase dell’inchiesta per omicidio colposo, prima cioè della svolta con la scoperta della ricina e dell’indagine per duplice omicidio premeditato.

L’infermiere uscendo dalla questura, dopo aver risposto per oltre un’ora alle domande dei poliziotti, non ha rilasciato dichiarazioni. Ha parlato invece Pietro Terminiello, legale di uno dei medici indagati, che ha ribadito l’estraneità del suo assistito al reato contestato.

«Con gli strumenti ordinari a disposizione di un pronto soccorso di un ospedale di Campobasso ma anche di un qualunque altro ospedale italiano - ha affermato -, non si poteva capire quel genere di avvelenamento; con strumenti diagnostici ordinari era escluso e questo è un aspetto importante. Peraltro c’è da dire che anche laddove, per assurdo, si fosse compreso che si trattava di avvelenamento da ricina, comunque non c’era antidoto, e questo è l’aspetto più importante

Ora l’attesa è tutta per il nuovo interrogatorio di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, previsto per i prossimi giorni. Intanto, proseguono anche gli accertamenti degli investigatori sulle chat andate avanti per mesi in rete sul tema ricina.