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il caso

"Quel giorno pensavo di morire": i deliri dal carcere di Salim e le email con gli insulti ai cristiani

Le frasi sconnesse del 31enne al suo legale e il silenzio glaciale davanti ai pm. Dall'ammissione "andavo più forte che potevo" al mutismo sui motivi della strage che ha devastato il cuore di Modena

18 Maggio 2026, 13:54

 "Quel giorno pensavo di morire": i deliri dal carcere di Salim e le email con gli insulti ai cristiani

“Sono uscito perché quel giorno morivo”. Comincia e si chiude in poche frasi spezzate e contraddittorie il racconto dal carcere di Salim El Koudri, 31 anni, accusato di aver seminato il terrore nel cuore di Modena.

Assistito dal suo difensore, al quale è apparso “confuso e frastornato”, l’uomo ha cercato di ricomporre i frammenti di un pomeriggio di ordinaria furia. “Andavo più forte che potevo”, ha ammesso, salvo precisare subito dopo di non aver voluto “fare del male a nessuno”. Informato delle lesioni gravissime provocate ai passanti, in particolare della donna a cui sono state amputate le gambe, ha reagito solo con un laconico: “Che cosa tremenda”. Davanti ai pubblici ministeri, però, El Koudri si è avvalso della facoltà di non rispondere, in attesa dell’udienza di convalida del fermo fissata per il 19 maggio 2026.

Parole che delineano un intento distruttivo, ma al tempo stesso confuso e opaco. Quel silenzio contrasta con la traccia sonora di un rancore sedimentato negli anni e rimasto impresso nei dispositivi elettronici sequestrati dagli inquirenti.

Nell’aprile del 2021, cinque anni prima di trasformare l’auto in un’arma, El Koudri aveva inviato quattro email all’Università di Modena e Reggio Emilia, dove si era laureato in Economia aziendale. Messaggi intrisi di frustrazione e rabbia sociale: “Voglio lavorare”, “Dovete farmi lavorare”, imponeva ossessivamente, pretendendo un impiego diverso da quello di magazziniere. A tali sollecitazioni, via via più aggressive, si accompagnavano pesanti insulti contro i cristiani ed espressioni blasfeme verso Gesù Cristo.

Pur avendo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al momento, escluso la pista del terrorismo religioso, quegli scritti restituiscono l’immagine di un uomo isolato, schiacciato dal senso di fallimento e da una progressiva alterazione.

L’epilogo di questa deriva si è consumato sabato 16 maggio 2026. Intorno alle 16.30, al volante di una Citroën C3 grigia, El Koudri ha imboccato a velocità folle via Emilia Centro, in piena Ztl. “Non ha mai frenato”, ha riferito un testimone che l’ha visto arrivare a un’andatura impressionante. La vettura si è trasformata in un proiettile impazzito: ha travolto pedoni e una bicicletta, scagliando le persone in aria e arrestando la corsa solo contro la vetrina di un negozio.

Otto i feriti accertati, cinque donne e tre uomini. La scena più agghiacciante ha riguardato una cittadina tedesca di 69 anni, colpita per ultima e schiacciata contro il cristallo, con l’amputazione traumatica degli arti inferiori. Ricoverata all’ospedale di Baggiovara, è stata estubata, respira autonomamente ed è cosciente, ma il quadro clinico resta gravissimo, con prognosi riservata.

In rianimazione al Maggiore di Bologna lottano ancora un uomo e una donna di 55 anni; a Baggiovara è ricoverata un’altra ferita grave di 53 anni, tutti stabili ma in prognosi riservata.

Il bilancio poteva essere ancor più pesante se non fosse stato per il coraggio di chi, in quei secondi di panico e sangue, non si è tirato indietro. Dopo l’impatto, El Koudri ha tentato la fuga a piedi, accoltellando un passante intervenuto per fermarlo. È stato infine bloccato a mani nude da alcuni cittadini, tra cui Luca Signorelli, Osama Shalaby e il figlio Mohammed, che lo hanno disarmato e consegnato alla Polizia di Stato. Rifuggendo i plausi, Signorelli ha riportato l’attenzione sulle vittime, spiegando che avrebbe preferito vedere “le gambe della signora riattaccate” piuttosto che ricevere elogi e riconoscimenti.

Ora la giustizia dovrà fare il suo corso, in un nodo stretto tra responsabilità penale e condizioni psichiche. La Procura di Modena contesta a El Koudri i reati di strage e lesioni aggravate dall’uso di arma, considerando tale non solo il coltello, ma anche l’automobile lanciata deliberatamente contro la folla.

Al centro dell’indagine c’è il retroterra clinico del 31enne, cittadino italiano originario della provincia di Bergamo e residente a Ravarino: un percorso scolastico inizialmente brillante, ma senza un’occupazione stabile. Nel 2022 era stato preso in carico da un Centro di salute mentale per disturbi riconducibili a tratti schizoidi; le cure, però, si sarebbero interrotte nel 2024 e i farmaci prescritti sono stati rinvenuti nella sua abitazione.

Spetterà agli inquirenti e agli specialisti stabilire il confine tra delirio clinico, sottovalutazione della malattia e rabbia sociale, per provare a dare una risposta a una strage che ha segnato indelebilmente la città.