×

il caso

Se gli USA imponessero dazi per la Groenlandia: quali i (reali) effetti per l'Europa

Un ricatto tariffario che parte dai ghiacci artici e arriva alla Francia, alla Svezia e alla Germania (e che tocca pure l'Italia)

Redazione La Sicilia

17 Gennaio 2026, 21:22

Se gli USA imponessero dazi per la Groenlandia: effetti per Europa e isola

Un’isola vastissima, poco più di 56.700 abitanti, una base radar che scruta i cieli in cerca di missili e un comparto ittico che vale quasi tutto. È da qui, dalla Groenlandia, che oggi si prova a piegare l’Europa con il grimaldello più vecchio della politica commerciale: i dazi. Il 17 gennaio 2026, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% dal 1 febbraio e del 25% dal 1 giugno su otto Paesi europei, dalla Danimarca alla Germania, dalla Francia alla Svezia, “finché non sarà conclusa la vendita totale del Groenlandia” agli Stati Uniti. Una minaccia senza precedenti, che intreccia la sovranità di un territorio autonomo del Regno di Danimarca con la più fitta relazione economica del pianeta: l’asse transatlantico.

A rendere l’ultimatum politicamente rumoroso e giuridicamente fragile sono due fatti. Primo: la Groenlandia non è nell’UE dal 1985, ma è un’OCT (Paese e Territorio d’Oltremare) associato all’Unione, con un accordo di pesca appena rinnovato fino al 2030. Secondo: nella politica commerciale globale vige il principio MFN (trattamento della nazione più favorita) della WTO, che vieta discriminazioni arbitrarie tra partner; colpire singoli membri UE a piacere spinge fuori corsia le regole multilaterali.

Dal punto di vista tecnico, ricorda l’economista Antoine Bouët – direttore del CEPII e professore all’Università di Bordeaux – l’UE è un’unica entità commerciale: si negozia e si risponde insieme. Prendere di mira “un danese o un francese” tariffario non separa mai davvero il mercato unico dal suo ombrello giuridico. E infatti Bruxelles, quando i dazi diventano arma politica, reagisce come blocco.

Che cosa c’è davvero in gioco al “Top of the World”

Dietro il braccio di ferro non c’è solo la retorica. Nel nord-ovest della Groenlandia, a Pituffik Space Base (ex Thule), gli Stati Uniti gestiscono da decenni un pilastro del sistema di allerta precoce: un radar a matrice di fase che vigila su missili balistici e oggetti in orbita. È cruciale per “missile warning, missile defense e space domain awareness”, e poggia su accordi bilaterali con il Regno di Danimarca. È l’argomento perfetto per rivestire di “sicurezza nazionale” qualsiasi misura commerciale.

Ma la sicurezza non cancella l’economia: la Groenlandia vive di pesce. I prodotti ittici rappresentano la quasi totalità delle esportazioni di beni, con valori annui che, a seconda dei cicli di prezzo di gamberi, merluzzi e halibut, oscillano intorno a DKK 4–5,5 miliardi (pari, a spanne, a centinaia di milioni di euro). Nel 2025, i dati indicano una ripresa guidata dal merluzzo, mentre i gamberi hanno sofferto.

Sul fronte europeo, l’UE finanzia l’istruzione e lo sviluppo groenlandese con un pacchetto 2021–2027 da 225 milioni di euro (su 500 milioni di euro per tutte le OCT), e versa ogni anno circa €17,3 milioni per l’accordo di pesca valido fino al 2030. Se i dazi americani dovessero innescare ritorsioni incrociate, il canale UE–Groenlandia resterebbe il polmone economico dell’isola.

Una minaccia tariffaria contro otto paesi: dove traballano i numeri

Le dichiarazioni di Trump citano specificamente Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, con una progressione dal 10% al  25% tra febbraio e giugno 2026. Più che una moneta di scambio per la “vendita” dell’isola – ipotesi respinta a Nuuk e Copenaghen – la mossa appare come pressione su UE e alleati nordici per congelare iniziative diplomatiche/militari attorno all’Artico.

Sul piano giuridico, due nodi. Primo: l’UE gestisce in esclusiva la politica commerciale esterna (art. 207 TFUE). Secondo: la WTO impone parità di trattamento (MFN) salvo eccezioni (accordi regionali, misure antidumping, ecc.). Tariffe “punitive” contro singoli Stati UE sono quindi terreno minato: o diventano discriminazioni MFN, o costringono Washington a giustificarsele come “sicurezza nazionale” (formula già usata per acciaio e alluminio), o come rimedi di trade defense. In tutti i casi, Bruxelles risponde come blocco.

Ed è quello che ha già fatto. Nella contesa acciaio/alluminio, gli USA hanno riattivato nel 2025 dazi del 25% e la Commissione ha ripristinato e ampliato le contromisure: misure “di riequilibrio” su elenchi di prodotti US per un controvalore fino a 18 miliardi di euro, dopo i 2,8 e 3,6 miliardi di euro delle liste 2018/2020. Un manuale di ritorsione calibrata, pronto all’uso anche oggi.

Francia, Svezia, Germania alla prova dei dazi

La Francia è storicamente esposta agli USA per due grandi assi: l’aerospazio e l’alto di gamma (vini e spirits inclusi). L’esperienza del contenzioso Airbus–Boeing (dazi reciproci fra 2019–2021, poi sospesi) mostra come Washington abbia già colpito vini, formaggi e componenti aeronautici, con danni sensibili per esportatori francesi e filiere agroalimentari. Un replay “a tema Groenlandia” sarebbe tecnicamente possibile, ma sul piano legale molto discutibile.

Sul ciclo più recente, le statistiche doganali francesi segnalano che le esportazioni verso gli USA hanno rallentato durante ondate tariffarie, ma meno di altri partner europei; il rimbalzo dell’aeronautica nel 2025 ha dato sostegno al PIL del terzo trimestre. In uno scenario di nuove tariffe politiche, la Francia subirebbe shock immediati su aerospazio, profumeria–cosmesi, vini e spirits, farmaceutica; le misure UE di ritorsione attenuerebbero i differenziali di competitività intraeuropei e alzerebbero il costo politico per Washington.

La Svezia vende agli USA soprattutto macchinari e veicoli: nei primi nove mesi del 2025, l’America ha assorbito circa l’8–9% dell’export svedese per beni, con una flessione sul 2024 da tassi e ciclo. Un dazio generalizzato al 10–25% comprimerebbe i margini dei fornitori svedesi o ritoccherebbe i listini americani, alimentando sostituzione verso prodotti locali o nordamericani.

Il caso Volvo Cars è emblematico: il gruppo ha già deciso di aumentare la produzione negli USA (Stato della South Carolina) per il modello XC60, proprio per proteggersi da nuove barriere; nel breve, ciò attenua l’impatto tariffario sul brand, ma non sul comparto svedese di componentistica e sul tessuto di subfornitura. A livello macro, uno shock dazi-cambio stringerebbe i margini export e peserebbe sulla Riksbank via inflazione importata.

Per l’insieme del sistema, i dati di Statistics Sweden mostrano che nel Q1 2025 le esportazioni verso gli USA sono cresciute del 6% anno su anno, ma con import dagli USA +36% (energia, macchinari): segno di catene integrate. A dazi attivi, la Svezia vedrebbe scendere i volumi in beni strumentali e un temporaneo spostamento di flussi verso UE e Asia; la risposta UE (rebalancing) limiterebbe la perdita di quota contro altri partner europei.

La Germania è il principale esportatore europeo verso gli USA. Nel solo gennaio 2025, ha spedito oltreoceano merci per €13 miliardi; su base mensile, Washington è regolarmente primo mercato di sbocco. Nei conti 2024, l’auto e i suoi componenti hanno pesato per circa il 17% dell’export tedesco: un dazio lineare colpisce direttamente il cuore manifatturiero.

La filiera, però, è transatlantica: i costruttori tedeschi hanno prodotto oltre 844.000 veicoli negli USA nel 2024, con circa metà destinati all’export. Ciò significa doppio impatto: da un lato, le vetture “made in Germany” diventano più care in America; dall’altro, eventuali ritorsioni UE e la ricalibrazione dei flussi potrebbero intaccare gli hub statunitensi dei marchi tedeschi. Il settore chiede di evitare una spirale che penalizzi consumatori USA e filiere integrate.

Negli scambi recenti, Destatis registra surplus strutturale con gli USA e vendite di macchinari e chimica in seconda e terza posizione. In uno scenario di dazi “per la Groenlandia”, Berlino ragionerebbe con Bruxelles su due binari: sostegno selettivo all’auto (credito d’imposta per l’elettrico e la componentistica ad alta intensità di R&S) e ricorso pieno alle contromisure UE per riequilibrare il bargaining power.

Le esportazioni groenlandesi si concentrano per oltre il 90% su prodotti ittici: gamberi boreali, halibut della Groenlandia, merluzzi e granchi. Nel 2025 il valore è cresciuto moderatamente, grazie al rimbalzo del merluzzo e alla domanda in Europa, Nord America e Asia, con l’azienda pubblica Royal Greenland a fare da volano industriale (ricavi 2024: DKK 5,6 miliardi). L’eventuale contromossa UE (maggiore accesso o sostegno di filiera) compenserebbe un ipotetico rallentamento dell’export verso gli USA – mercato comunque non primario per Nuuk.

La vera minaccia, in caso di escalation, sarebbe indiretta: frenata dell’appetito d’acquisto europeo in una fase di nuove frizioni transatlantiche, maggiore volatilità dei prezzi ittici, tensioni logistiche. Qui l’accordo di pesca UE–Groenlandia (contributo annuo €17,3 milioni e licenze per flotte europee) funziona da ammortizzatore istituzionale e da garanzia di entrate quasi stabili.

Minerali e “terra rara” politica

La Groenlandia possiede giacimenti potenziali di terre rare, uranio, ferro, titanio–vanadio: appetito globale garantito, controversie locali assicurate. Il progetto di Kvanefjeld/Kuannersuit (terre rare con uranio come sottoprodotto) è bloccato dalla legge groenlandese che dal 2021 vieta l’uranio; la società titolare ha avviato arbitrati contro i governi di Groenlandia e Danimarca. In altre parole: non c’è una “miniera pronta” che giustifichi un ricatto tariffario immediato. Semmai, gli investimenti stanno correndo su oro e metalli base, con operatori come Amaroq Minerals.

L’idea di usare la Groenlandia come leva tariffaria contro l’Europa è una mossa politica ad alto impatto mediatico e a bassa sostenibilità giuridica. L’UE non è un mosaico di bersagli isolati: è un mercato unico con una politica commerciale comune e strumenti di enforcement collaudati. La WTO fornisce lo sfondo normativo (non-discriminazione MFN), la storia recente – dall’acciaio al dossier Airbus–Boeing – il prontuario operativo di contromisure.

Per la Groenlandia, l’urto è soprattutto reputazionale: un’isola al centro di appetiti strategici, ma con istituzioni che hanno saputo dire no a progetti minerari non compatibili con le scelte locali (vedi il divieto del 2021 sull’uranio). Per l’UE, la vera partita è evitare che un contenzioso “artico” spacchi il fronte commerciale in piena transizione industriale. Per le imprese di Francia, Svezia e Germania, la bussola è una sola: flessibilità nelle catene del valore, diversificazione dei mercati e advocacy coordinata a Bruxelles. In altre parole, riportare la politica commerciale dal pack artico alla rotta delle regole.