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IL PAESE NEL CAOS

Iran, il silenzio forzato e il conto dei morti: cosa sta accadendo davvero nelle strade e negli ospedali

Tra blackout digitale, minacce di pena capitale e numeri discordanti sulle vittime, il Paese vive ore di opacità. Un’inchiesta sul campo e tra le fonti aperte per capire quanto c’è dietro i dati, le testimonianze e le mosse del regime.

Alfredo Zermo

10 Gennaio 2026, 23:43

Iran, il silenzio forzato e il conto dei morti: cosa sta accadendo davvero nelle strade e negli ospedali

La sera di giovedì 8 gennaio 2026, a Teheran, un medico d’emergenza conta i corpi nei reparti: dice di averne registrati almeno 217 soltanto in sei ospedali della capitale, “per lo più uccisi da colpi di arma da fuoco”. Fuori, il telefono è muto: internet è stato spento, le chiamate internazionali bloccate, le vie di comunicazione interne strozzate. Le sirene arrivano ovattate, come se la città fosse coperta da una campana di vetro. È l’effetto di un blackout digitale pianificato. E in quell’oscurità, i numeri si scontrano, la verifica si fa ardua, la paura cresce.

I numeri della repressione: perché non tornano

Secondo gli attivisti di HRANA – Human Rights Activists News Agency, con sede negli Stati Uniti, il bilancio provvisorio parla di almeno 72 morti e oltre 2.300 arresti dall’inizio delle manifestazioni. Il conteggio è prudente e basato su vittime identificate nominativamente.

Il medico che ha parlato con la redazione di Time (attraverso una ripubblicazione su Yahoo News) riferisce però di almeno 217 morti registrati tra i registri di soli sei ospedali di Teheran, una cifra che, se confermata, moltiplicherebbe in modo drammatico la portata del massacro. Time precisa di non aver potuto verificare in modo indipendente, a causa del blocco informativo.

La discrasia tra i dati ufficiali dei gruppi per i diritti umani e la stima ospedaliera è spiegabile: HRANA contabilizza per principio solo i casi confermati con nome e cognome, mentre il bollettino clinico in emergenza fotografa il “qui e ora” delle vittime che passano dai pronto soccorso. È una frattura già vista in Iran in altre ondate di proteste: i numeri certi arrivano dopo, i numeri probabili raccontano l’intensità immediata della violenza. Nel mezzo, il blackout informativo: taglia i canali, spezza le catene di verifica e lascia sul terreno un campo di ombre.

Il contesto: dalla crisi economica alla sfida aperta al potere

Le manifestazioni sono esplose il 28 dicembre 2025 per il caro vita e il crollo del rial; poi il movimento si è allargato a rivendicazioni politiche, fino a mettere nel mirino l’assetto della Repubblica islamica. Le piazze si sono moltiplicate in quasi tutte le 31 province, con slogan che chiedono libertà e la fine dell’ordine instaurato nel 1979. È la mobilitazione più vasta dal 2022, dicono diverse fonti internazionali.

Le reazioni del potere sono arrivate su due binari paralleli: la stretta repressiva nelle strade e l’oscuramento digitale. La Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha alzato il livello di allerta delle forze di sicurezza; l’IRGC – Guardiani della Rivoluzione è stato segnalato in posizioni operative rafforzate mentre l’Esecutivo ha brandito un’arma legale di massima intimidazione: chi scende in piazza può essere etichettato come “nemico di Dio” (moharebeh), un capo d’accusa che in Iran comporta la pena di morte. L’annuncio è arrivato dal procuratore generale Mohammad Movahedi Azad in un messaggio rilanciato dai media di Stato.

Il buio calato sulla rete: come funziona il blackout

Il blackout di internet non è un guasto, è un interruttore. I monitor indipendenti descrivono una manovra tecnicamente sofisticata: il traffico IPv6 – cruciale per la rete mobile – è crollato di circa 98,5% nella finestra in cui il Paese si è scollegato dal mondo. Lo confermano i dati pubblici di Cloudflare Radar e i rilievi di NetBlocks, con cadute di traffico prossime al 90% e un isolamento quasi totale, pur con eccezioni selettive per canali istituzionali. Durata: oltre 36 ore continuative nelle prime fasi, con estensioni e rimodulazioni.

Le autorità iraniane sanno calibrare le interruzioni in modo chirurgico: si blocca la rete mobile e si lascia un minimo di connettività fissa per mantenere in piedi servizi essenziali e comunicazione di propaganda. Gli esperti segnalano anche interferenze mirate per jammer su segnali GPS che ostacolano l’uso di Starlink, il sistema satellitare altrimenti capace di aggirare i filtri. Il risultato, dicono gli analisti, è un “oscuramento selettivo” che impedisce ai cittadini di comunicare e documentare.

Le voci dal Paese: ospedali saturi, ferite alla testa e agli occhi

Benché l’accesso all’informazione sia strozzato, frammenti affidabili filtrano: medici e paramedici raccontano di ospedali sovraccarichi, con molte ferite da proiettile e, in più casi, impatti a testa e occhi – un pattern già documentato nelle recenti proteste iraniane. Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso di fucili e shotgun caricati con pallettoni contro i manifestanti, oltre a pestaggi e raid dentro strutture sanitarie. In almeno un ospedale di Ilam, le forze di sicurezza avrebbero fatto irruzione con lacrimogeni e caricatori di metal pellets.

Una fonte medica citata dalla BBC (ripresa da media statunitensi) parla di reparti d’emergenza in “modalità crisi” e sospensione delle attività non urgenti; a Shiraz medici riferiscono un afflusso di feriti che supera le capacità chirurgiche disponibili. Il quadro si allinea con le stime di HRANA: almeno 72 morti e oltre 2.300 fermi quando l’oscuramento era già operativo.

La minaccia della “moharebeh”: diritto e paura

Il lessico della repressione passa per parole pesantissime del codice penale iraniano: “moharebeh” – essere “nemici di Dio” – è un reato capitale. Il procuratore generale Movahedi Azad ha dichiarato in tv di Stato che non ci sarà “alcuna indulgenza”, invitando i magistrati a procedere con rapidità e severità contro chi “crea insicurezza” o “aiuta i rivoltosi”. Il messaggio, oltre il tono, ha un obiettivo: dissuadere dalla protesta e spingere i cittadini a casa mentre la copertura digitale è spenta.

Siamo davanti a una strategia combinata: procedibilità accelerata per reati politici, processi lampo, ricorso a capi d’accusa elastici e massima pena come spauracchio. Alcune organizzazioni per i diritti umani avvertono che la giustizia potrebbe trasformarsi in strumento di terrore mentre le forze di sicurezza consolidano il controllo dei quartieri più caldi.

Il ruolo delle élite culturali e della diaspora

Il blackout non ha fermato le voci della cultura: i registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof hanno definito l’oscuramento una “palese arma di repressione”, chiedendo alla comunità internazionale di vigilare e mantenere aperti i canali informativi. Dalla diaspora, artisti come Golshifteh Farahani e attivisti di lungo corso amplificano testimonianze e richieste di protezione.

Sullo sfondo, la figura del principe Reza Pahlavi – figlio dell’ultimo scià – che dall’esilio prova a coordinare giornate di mobilitazione e a proporsi come riferimento simbolico di un fronte eterogeneo: obiettivo dichiarato, “conquistare i centri delle città” e mantenere la pressione. Una leadership contesa e non universalmente condivisa all’interno del Paese, ma che intercetta una parte del malcontento.

La dimensione internazionale: condanne, pressioni e calcoli

Sul piano esterno, Stati Uniti ed Unione europea hanno espresso sostegno ai manifestanti e condannato la repressione. Le dichiarazioni si muovono tra richieste di moderazione e minacce di conseguenze in caso di massacri. Il punto è duplice: chiudere i rubinetti tecnologici del controllo (imponendo costi reputazionali e, se possibile, sanzioni mirate per i responsabili di shutdown e violazioni), e allo stesso tempo evitare un’escalation regionale in un momento già fragile.

L’azione più immediata, indicano gli analisti, riguarda i canali tecnici: spingere gli organismi come l’ITU e i provider globali a contrastare l’uso di strumenti di censura di massa, documentare l’impatto del blackout con dati indipendenti, sostenere il lavoro delle ONG che mappano arresti, morti e feriti con standard verificabili.

Cosa sappiamo (e cosa no) sul bilancio delle vittime

Le stime basse (HRANA) sono oggi la base minima: almeno 65–72 morti e 2.300+ arresti entro il 9–10 gennaio. Sono numeri coerenti tra AP, Reuters e i bollettini dei diritti umani.

La stima ospedaliera (almeno 217 morti in sei ospedali di Teheran) indica un possibile evento di eccezionale letalità avvenuto tra la notte di giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, quando la rete era già spenta. Non è un dato verificato indipendentemente, ma più testate ne riportano l’esistenza con cautela metodologica.

Le lesioni più frequenti – colpi alla testa e agli occhi, uso di pallettoni – sono confermate da Amnesty e Human Rights Watch, oltre che da testimonianze di medici e fotoreporter feriti. Questo pattern è compatibile con tecniche di deterrenza violenta rivolte a incapacitare i manifestanti.

In assenza di trasparenza, la metodologia più solida resta l’incrocio: contare i nominativi verificati e, in parallelo, mappare gli eventi ad alta mortalità plausibile (ospedali, obitori, quartieri teatro di scontri) per fissare un intervallo ragionevole. Oggi, questo intervallo va ben oltre i 72 morti. La domanda non è se il numero reale sia più alto, ma di quanto.

Il fattore rete: perché spegnere internet cambia la storia

Spegnere la rete non è solo togliere un megafono ai manifestanti: è ridurre la visibilità internazionale, rallentare i soccorritori, complicare l’accesso alle cure, impedire alle famiglie di ritrovare i dispersi. Soprattutto, crea il tempo e lo spazio per operazioni di polizia più aggressive. Gli osservatori notano che la sequenza “piazze piene – blackout – picco di vittime” si è ripetuta in Iran in più cicli dal 2019 a oggi. L’attuale caso mostra il livello più alto di ingegneria del blocco: selettivo, prolungato, capillare.

Cosa può accadere ora: tre variabili

Tenuta della protesta. Se la mobilitazione resta diffusa nelle province e mantiene un ritmo intermittente – con sit-in, scioperi e presidi notturni – il costo per le autorità aumenta. Le fonti indicano centinaia di località coinvolte e nuove categorie sociali affacciarsi alla piazza.

Capacità repressiva. L’uso combinato di mosse legali (moharebeh, processi rapidi) e forza (fuoco vivo, pallettoni), più il controllo dell’informazione, è la matrice che può deprimere l’onda. Il segnale inviato dal procuratore generale e il linguaggio di indulgenza zero vanno letti in questa logica.

Pressione esterna. Le condanne internazionali hanno un impatto limitato senza strumenti concreti: sanzioni mirate su individui e strutture coinvolte nelle violazioni, sostegno a tecnologie di resilienza informativa, azione coordinata presso gli organismi ONU sui diritti digitali e la protezione dei manifestanti. Qui si gioca la partita tra realpolitik e principi.