la sterzata
Italia, via libera al Mercosur: la svolta di Meloni a Parigi riapre il dossier più controverso del commercio europeo
Tra promesse di fondi Ue, pressioni dei partner e l’ombra delle proteste agricole, Roma allinea la sua posizione a Bruxelles e prepara il terreno a un’intesa attesa da oltre venticinque anni
Giorgia Meloni a Parigi ha scelto di sciogliere l’ultimo nodo politico e di dire sì all’accordo Ue–Mercosur. Una svolta maturata tra i corridoi dei palazzi francesi, mentre a Bruxelles l’esecutivo europeo mette sul tavolo nuove risorse per l’agricoltura e convoca una riunione straordinaria dei ministri di settore per blindare un patto che promette di ridisegnare la mappa del commercio tra Europa e Sud America. È l’uscita dal limbo di Palazzo Chigi dopo mesi di tattica attendista: “ci sono più risorse”, è la formula scelta dalla premier per spiegare la virata. Un segnale atteso che sposta gli equilibri del dossier più impegnativo del quinquennio commerciale europeo.
Cosa è successo a Parigi
La notizia arriva durante una tappa francese della premier: l’Italia “ufficializza” l’adesione politica all’intesa Ue–Mercosur, in sostanziale allineamento con la linea della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. È un cambio di passo netto rispetto a dicembre 2025, quando la stessa Meloni aveva definito “prematura” la firma, chiedendo più garanzie per gli agricoltori e contribuendo a far slittare la cerimonia prevista in Brasile. Allora pesò anche il pressing di Parigi e il malcontento del mondo agricolo; oggi, sul versante opposto, pesano gli impegni di Bruxelles: fondi anticipati e strumenti di salvaguardia.
La sequenza è significativa: tra 17 e 18 dicembre 2025, la premier aveva frenato (“serve tempo e un pacchetto di misure a tutela del comparto”), mentre il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva chiedeva di chiudere il negoziato “subito” salvo poi concedere una finestra di alcune settimane dopo un colloquio diretto con Meloni. A gennaio 2026 la scena cambia: Bruxelles fa sapere che la firma è “a portata di mano”, convoca una riunione dei ministri dell’Agricoltura e propone l’uso accelerato di risorse europee per sostenere le campagne. È su questo terreno che Roma si ricolloca, dando il via libera politico.
Perché la posizione italiana conta
La partita si gioca a maggioranza qualificata e l’Italia pesa per popolazione ed economia. Una posizione italiana favorevole consente alla Commissione di avvicinarsi al mandato necessario per la firma con il blocco sudamericano. In un contesto in cui Germania e Spagna spingono, mentre Francia, Polonia e Ungheria hanno espresso riserve o opposizioni, lo spostamento di Palazzo Chigi diventa decisivo per orientare l’esito. Non è un dettaglio aritmetico: senza Roma, il rischio era di tenere il dossier in un limbo che avrebbe potuto convincere i partner sudamericani a voltarsi altrove.
Le leve di Bruxelles: fondi e salvaguardie
Cosa ha convinto l’Italia? Intanto l'anticipo di una quota consistente – fino a due terzi – delle risorse previste nella revisione di medio termine del bilancio agricolo Ue: circa 45 miliardi di euro da rendere disponibili prima del 2028–2034, così da fronteggiare con rapidità gli shock nel comparto. E poi anche il pacchetto di protezione per gli agricoltori, con un fondo di crisi da circa 6,3 miliardi di euro, insieme a meccanismi di controllo sugli standard sanitari e sui residui di fitofarmaci nelle importazioni, più la promessa di attivare rapidamente le “clausole di salvaguardia” in caso di impennate improvvise delle importazioni.
In parallelo, Parigi ha irrigidito i controlli su alcuni prodotti alimentari importati, vietando l’ingresso di alimenti contenenti sostanze non autorizzate nell’Ue (tra cui mancozeb, glufosinato, thiophanate‑methyl, carbendazim) e invocando una clausola di reciprocità a livello europeo. Un segnale rivolto all’opinione pubblica agricola e un messaggio politico agli altri partner: il Mercosur si può fare, ma non a costo di creare dumpings normativi.
Cos’è il Mercosur
L’accordo Ue–Mercosur è negoziato da oltre 25 anni e – una volta finalizzato – costituirebbe una delle più vaste aree di libero scambio a livello globale: circa 780 milioni di persone, quasi un quarto del Pil mondiale, e un perimetro tariffario ridisegnato su beni industriali, agricoli e servizi. Il disegno tariffario prevede, a regime, l’eliminazione dei dazi su circa il 91–93% delle linee tariffarie, con tempi di smantellamento differenziati e quote per i settori sensibili (carni bovine, zucchero, etanolo). Per l’Europa, si aprirebbero sbocchi per automotive, macchinari, chimica, agroalimentare di qualità e indicazioni geografiche; per il Mercosur, accesso più ampio al mercato europeo per prodotti agricoli e materie prime.
Sullo sfondo, la strategia dell’Ue di diversificare mercati e materie prime critiche, riducendo dipendenze da Cina e compensando le turbolenze del commercio transatlantico con gli Stati Uniti. Da qui l’insistenza della squadra di von der Leyen: perdere oggi il Mercosur significherebbe inviare un segnale di inaffidabilità ai partner globali.
Dal no di dicembre al sì di gennaio: la traiettoria italiana
A metà dicembre 2025, Meloni chiese una pausa: “prima le garanzie, poi la firma”, in eco alle richieste del mondo agricolo e in sintonia con i timori francesi. La firma – allora prevista a Foz do Iguaçu – slittò a gennaio 2026. In quei giorni arrivò anche una telefonata distensiva con Lula, che si disse disposto a concedere “alcune settimane” per affinare le clausole: un gesto determinante per non far saltare il tavolo. Oggi, con l’Italia che “ufficializza il sì”, il dossier ritrova slancio.
Non va dimenticato un altro fattore: la presidenza di turno del Mercosur è passata a Paraguay e il presidente Santiago Peña ha più volte segnalato l’intenzione di non attendere all’infinito l’Europa, preferendo spingere su altri dossier (da Singapore agli Emirati Arabi Uniti, fino a India e Corea). Anche per questo, a Bruxelles si percepisce che la finestra politica non è eterna: l’Ue deve decidere.
Cosa cambia per l’Italia
Per l’industria italiana, l’intesa promette un alleggerimento dei dazi su automotive, macchine utensili e beni strumentali, settori in cui il Mercosur applica ancora oggi barriere fino al 35% (auto) o al 20% (macchinari): abbattimenti graduali che, secondo le schede tecniche della Commissione, ridurranno sensibilmente il costo di accesso al mercato. Per l’agroalimentare, oltre alla protezione delle Indicazioni Geografiche, sono previste quote e salvaguardie per i comparti più esposti (carni, zucchero). In sintesi, per il made in Italy che vende qualità e tecnologia il patto è un moltiplicatore; per le filiere agricole più sensibili, è un rischio da gestire con strumenti rapidi e operativi.
Politicamente, la mossa di Meloni produce due effetti: ricuce la distanza con la Commissione e con i paesi “aperturisti” (in primis Germania e Spagna) e rimette l’Italia nella posizione del mediatore credibile tra protezione del reddito agricolo e apertura dei mercati. Non poco, in una fase in cui il commercio è diventato terreno di scontro interno all’Ue.
Cosa succede adesso
A Bruxelles è stato convocato un incontro straordinario dei ministri dell’Agricoltura per costruire la maggioranza necessaria. Secondo fonti europee, un passaggio chiave è atteso entro metà gennaio 2026. L’Italia, con il suo “sì politico” e con la richiesta di garanzie sull’applicazione delle clausole, si muove ora nel campo dei costruttori di consenso. Se tutto andrà secondo i piani, la presidente von der Leyen potrebbe recarsi in Brasile per la firma “nei prossimi giorni”. Diversamente, il rischio è un nuovo rinvio, con conseguenze difficili da calcolare sul fronte sudamericano.