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Gran Bretagna pentita della Brexit? Che succede a Londra e perché Starmer è davanti ad un bivio

Il leader dei sindacati britannici Paul Nowak chiede al governo di valutare l’adesione a una nuova unione doganale con l’Ue. Al centro: crescita, salari e competitività. Ma a Downing Street pesano vincoli politici, rapporti con gli USA e le promesse di campagna elettorale

Redazione La Sicilia

27 Dicembre 2025, 18:59

“Dogane, crescita e realtà”: il TUC rilancia la carta unione doganale Ue e mette Starmer davanti al bivio

Scatole di biscotti su un nastro trasportatore, in una fabbrica del Nord dell’Inghilterra, si fermano per l’ennesimo controllo documentale: l’addetto spunta moduli d’origine, certificazioni sanitarie e codici tariffari. È solo un esempio, ma racconta molto. In quel fermo immagine si concentra un pezzo del dibattito che scuote Londra: i costi della frizione post‑Brexit nei flussi con il mercato vicino. Su quella frizione, il segretario generale del Trades Union Congress – la più grande confederazione sindacale del Regno Unito – Paul Nowak accende un faro: tornare a un rapporto più stretto con l’Unione europea, fino a valutare un’adesione alla unione doganale. Un appello diretto al premier Keir Starmer, affinché non chiuda la porta “per principio” e metta al centro la crescita.

Un pressing che viene dai numeri

Il ragionamento di Nowak è lineare: in un’economia che fatica a trovare un sentiero di crescita solida, abbattere la burocrazia ai confini con il continente può avere un impatto immediato su costi, investimenti e salari. A sostegno, non mancano le evidenze. L’Office for Budget Responsibility stima che l’attuale assetto post‑Brexit riduca la produttività di lungo periodo del Regno Unito di circa 4% rispetto allo scenario di permanenza nell’UE, un effetto legato soprattutto all’aumento delle barriere non tariffarie. È un numero che pesa sulle scelte di politica economica e che rientra nella cornice dell’“aggiustamento” con Bruxelles promesso dal governo, ma ancora lontano dall’idea di ricongiungersi alla unione doganale.

Intanto, sul terreno, il malcontento delle imprese cresce. Un recente sondaggio delle British Chambers of Commerce mostra che oltre la metà degli esportatori britannici giudica insoddisfacenti le condizioni del TCA (l’accordo commerciale in vigore con l’UE). Tra i settori più colpiti, l’agroalimentare: secondo la Food and Drink Federation, i volumi di export alimentare verso l’UE risultano in calo di circa un terzo rispetto al pre‑Brexit, con effetti a cascata sulle filiere e sulle PMI esportatrici. È il contesto che spinge il capo del TUC a parlare di “rapporto più stretto con l’Europa come condizione necessaria per riaccendere la crescita”.

Chi parla a nome dei lavoratori

È bene ricordarlo: il TUC non è un sindacato, ma la confederazione che riunisce il movimento. Rappresenta oltre 5,5 milioni di lavoratori affiliati attraverso 47‑48 sigle aderenti (il dato oscilla nelle comunicazioni ufficiali, per via di accorpamenti e aggiornamenti periodici). Alla guida c’è Paul Nowak, figura che negli ultimi anni ha portato il TUC oltre la stagione delle vertenze “difensive”, puntando su una narrazione di produttività, investimenti e qualità del lavoro come driver di crescita. Il messaggio di oggi rientra in questa linea: meno frizioni alla frontiera, più spazio per salario e occupazione qualificata.

La posta in gioco: che cos’è davvero una “unione doganale”

Una unione doganale europea non è uno slogan. È un sistema di regole con due pilastri: un’area senza dazi interni per la circolazione delle merci; una tariffa esterna comune e una politica commerciale condivisa verso i Paesi terzi.

Il vantaggio evidente è l’eliminazione di buona parte dei controlli e dei documenti alle frontiere intra‑UE, con benefici immediati per le filiere manifatturiere e agroalimentari. La contropartita, per Londra, sarebbe rinunciare a margini di autonomia sulla politica commerciale estera (per esempio definire in solitaria dazi o regole d’origine nei trattati con USA, India o membri del CPTPP). È qui che si colloca il cuore della resistenza politica di Starmer: il manifesto laburista ha giurato “nessun ritorno al mercato unico, alla unione doganale o alla libertà di movimento”. Un impegno ripetuto più volte, anche per evitare di rianimare le fratture del 2016.

Che cosa cambierebbe per l’economia britannica

Sulle stime, gli economisti non parlano all’unisono. Il calcolo più “ufficiale” è quello dell’OBR: l’attuale assetto post‑Brexit vale, in negativo, circa –4% di PIL potenziale nel lungo periodo. Diversi studi indipendenti suggeriscono che una maggiore integrazione con l’UE – dalla allineamento regolatorio profondo fino a una unione doganale – potrebbe restituire una parte di quella perdita: alcune simulazioni parlano di un +1,7%‑+2,2% di PIL nel caso di allineamento su beni e servizi; altre stimano benefici minori ma comunque significativi. In mezzo, le ipotesi “intermedie”: un accordo SPS (sanitario e fitosanitario) per ridurre i controlli su alimenti e prodotti agricoli; il riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali; semplificazioni su IVA e dogane.

Qui il punto di Nowak: se l’obiettivo del governo è la crescita reale dei redditi, i margini maggiori stanno dove passano la maggior parte delle esportazioni britanniche: l’Europa.

Politica e realpolitik: i vincoli di Downing Street

Perché, allora, Keir Starmer si è detto più volte contrario a una unione doganale? Il primo vincolo è interno: il mandato elettorale. Il Labour ha vinto con la promessa di “far funzionare la Brexit” senza riaprire il cassetto delle appartenenze. Tradotto: spingere su una “reset” delle relazioni, firmare una partnership di sicurezza con l’UE, trattare su SPS e mobilità giovanile, ma fermarsi qui.

Il secondo vincolo è esterno: la relazione con gli Stati Uniti in una fase segnata da nuove tariffe generalizzate volute dalla Casa Bianca. Londra ha segnalato che non intende farsi trascinare in ritorsioni contro Washington decise a Bruxelles. Una scelta che riflette la centralità del canale transatlantico per la difesa, l’intelligence e il commercio britannico. Nel calcolo di Downing Street, legarsi a una politica commerciale comune Ue potrebbe ridurre i margini di manovra su dossier chiave con Washington o Nuova Delhi.

Il terzo vincolo è tattico: l’opinione pubblica è più favorevole a un rapporto più stretto con l’UE che nel passato recente, ma il consenso si distribuisce in modo diseguale tra territori e ceti sociali. Un eventuale pivot verso una unione doganale richiederebbe una preparazione politica accurata e un discorso pubblico capace di spiegare costi e benefici con trasparenza.

Dove spinge il mondo del lavoro: che cosa chiede il TUC

Nelle interviste di questi giorni, Paul Nowak non si limita a evocare la unione doganale. Il TUC spinge su un pacchetto coerente: una revisione dell’assetto commerciale con l’UE, fino a considerare la unione doganale come opzione praticabile; una intesa SPS ambiziosa per ridurre la carta e le ispezioni su alimenti, piante e animali; un accordo sulla mobilità dei giovani per riaprire canali di lavoro e formazione; una applicazione rigorosa – senza “scappatoie” – dell’Employment Rights Act e dell’agenda Make Work Pay, dagli orari alle tutele per i contratti a zero ore; un ruolo più centrale della contrattazione collettiva nei settori strategici.

La bussola è quella dei salari e della produttività: più semplice esportare, più conveniente investire; più investimenti, più margini per buste paga e qualità del lavoro. E la dimensione non è secondaria: con oltre 5,5 milioni di iscritti e quasi cinquanta federazioni affiliate, la confederazione di Congress House non è un attore marginale.

I dati che non si possono eludere

Secondo l’OBR, l’effetto di lungo periodo dell’attuale architettura commerciale post‑Brexit è pari a circa –4% di produttività potenziale rispetto alla permanenza nell’UE, con import ed export inferiori di circa –15% rispetto allo scenario senza uscita. È una zavorra strutturale che si trasforma in crescita più bassa, salari più deboli e entrate fiscali inferiori.

I sondaggi della BCC indicano che oltre il 50% degli esportatori ritiene che l’accordo UE‑UK funzioni male o non abbastanza bene. Le richieste: tagliare la frizione doganale, chiarire le regole su carbon border, sicurezza dei prodotti, IVA e origini.

Nell’agroalimentare, i dati della Food and Drink Federation mostrano cali dei volumi esportati verso l’UE dell’ordine del –34% rispetto al 2019 (variazioni per Paese ancora più marcate in alcuni casi), mentre le importazioni dall’UE crescono. Il saldo racconta asimetri nella gestione dei controlli: per molte PMI britanniche esportare in Europa è diventato più costoso e complesso che importare.

Sul piano delle stime prospettiche, ricerche indipendenti (ad esempio di Frontier Economics per Best for Britain) suggeriscono che un allineamento profondo su beni e servizi con l’UE potrebbe restituire +1,7%‑+2,2% di PIL, con impatti più forti nelle regioni manifatturiere del centro‑nord inglese. Non è una panacea, ma è un ordine di grandezza che può fare la differenza nel profilo di crescita dei prossimi anni.

Costi e benefici: perché la dogana conta per la fabbrica

Per il manifatturiero britannico – dall’automotive al farmaceutico, dall’ingegneria meccanica al food – la questione non è ideologica: la catena del valore viaggia su camion e container. La riduzione dei controlli e della documentazione lungo il confine Ue‑UK incide su tempi di consegna e logistica just‑in‑time, costi amministrativi e certificazioni, gestione delle regole d’origine, che diventano più insidiose in filiere con componentistica mista, prevedibilità dei lead time e, quindi, capacità di rispettare contratti e penali.

In un contesto globale segnato da dazi extra‑Ue – basti citare la tariffa del 10% annunciata dagli USA su un’ampia gamma di importazioni – ridurre i costi “di casa” è una forma di assicurazione competitiva. Il paradosso è evidente: la “sovranità commerciale” promessa dalla Brexit si scontra con la fisica delle catene globali e con la gravità economica del mercato vicino.

La politica del “come”: possibili strade graduali

Anche qualora Downing Street non volesse – o non potesse – aprire il dossier unione doganale nel breve termine, esiste un percorso di avvicinamento pragmatico: un accordo SPS ampio per ridurre controlli su prodotti alimentari e agricoli, con vantaggi immediati per PMI e grande distribuzione; semplificazioni su IVA e dogane, inclusa una cabina di regia congiunta per sciogliere i nodi applicativi del TCA; un mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali per favorire l’export di servizi ad alta intensità di competenze; un’intesa stabile sulla mobilità giovanile, che aiuti imprese e università a riannodare scambi di competenze e formazione; sulla scia del Windsor Framework, ulteriori certezze operative per la movimentazione delle merci tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, riducendo costi e contenziosi per le aziende.

Queste misure non hanno l’impatto “secco” di una tariffa esterna comune e di confini interni liberalizzati, ma possono smussare la frizione più dolorosa per le filiere.

Il nodo che resta: quando l’economia supera i totem

È legittimo che la politica desideri stabilità di rotta. Ma quando i fatti cambiano, cambiano anche i totem. I dati sull’export, le stime dell’OBR, il disagio delle PMI e la pressione di attori sociali come il TUC indicano una direzione: ridurre le barriere con l’UE è una delle leve più potenti e meno costose per riaccendere la crescita britannica. Non è un ritorno al passato: è un aggiustamento necessario per far funzionare la Brexit nel mondo reale delle supply chain.

La domanda che Paul Nowak pone a Keir Starmer è semplice e scomoda: ha senso tenere chiusa, per principio, la porta della unione doganale, se una valutazione pragmatica mostra benefici netti per lavoratori, imprese e bilancio pubblico? La risposta, qualunque essa sia, richiederà di spiegare ai cittadini non solo “che cosa” si intende fare, ma soprattutto “perché”.