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L’esclusiva

Due lettere del defunto boss di Cosa Nostra: «Signori giudici, sono Nitto Santapaola…». Menzogne, citazioni e ordini sotto traccia

“La Sicilia” è entrata in possesso di due epistole scritte nel 1996 dal padrino catanese e depositate nel processo a carico del killer della moglie.

18 Maggio 2026, 07:55

10:14

«Sono Nitto Santapaola e ora vi scrivo la mia verità», l'ultima arringa del boss

La forma più allarmante della mafia è quella che si modella. Che riesce a trasformarsi in una materia così fluida da insinuarsi nei meccanismi della società fino a diventarne parte. E a confondersi. Nitto Santapaola fu il padre di quel modello criminale che da un lato dialogava con le Istituzioni e dall’altra terrorizzava con violenza e sangue. Per decenni il mafioso, che riuscì a farsi supportare da Totò Riina nella sua ascesa criminale a Catania, fu capace di vestire i panni del commerciante mentre commetteva atrocità e ordinava omicidi. I delitti servirono per seminare terrore perché nessuno poteva sottrarsi agli ordini del padrino mafioso. Agli amici in giacca e cravatta Benedetto Santapaola dispensava sorrisi e favori assicurando protezione. Negli anni Novanta però gli scenari mutarono: la ferocia dei Corleonesi e il lavoro immenso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fecero cambiare passo alla lotta alla mafia. Santapaola finalmente fu mostrato per quello che era: il capo di Cosa Nostra a Catania. Un criminale. Il boss dei boss di Catania fu catturato il 18 maggio 1993. Trentatré anni fa. E fu una vittoria dello Stato: Nitto Santapaola non è più uscito dal carcere e due mesi fa è morto in un ospedale penitenziario.

Nel corso della lunga detenzione il boss ha provato ad aprire una breccia con l’esterno. Le sue dichiarazioni spontanee si possono ascoltare nel prezioso archivio di Radio Radicale. “La Sicilia” mostra in esclusiva due lettere inviate da Santapaola ai giudici e ai pm che lavoravano al processo a carico di Pippo Ferone “camisedda”, l’assassino (reo-confesso) della moglie Carmela Minniti. La donna fu uccisa il primo settembre 1995.

Una delle epistole porta la data del 19 ottobre 1996. Quindi un anno dopo il lutto. Se non si conoscesse il vero profilo di Nitto, la missiva avrebbe potuto avere un altro impatto. Ed era quello l’obiettivo di Santapaola. Un obiettivo che, purtroppo, in parte è riuscito a raggiungere. Basta guardare quegli illeggibili omaggi sui social il giorno della morte del mafioso. Nella lettera Santapola ha l’ardire di scrivere: «Spero che questo mio pensiero non venga strumentalizzato. Sono oggi qui in questo processo con la coscienza pulita, quella coscienza che mi induce a gridare ai quattro venti "non sono io Benedetto Santapaola l'autore del degrado di Catania"».

In alcuni passaggi sono riportati fatti reali: «Sono qui per gli spietati e atroci misfatti che hanno visto cadere barbaramente la mia "cara moglie"; persona dolce e cara tanto quanto innocente, come tante altre vittime, inseguite e mortalmente trucidate nel più sacro luogo “il cimitero”». Il riferimento è a Santa Puglisi, figlia di "Nino 'a Savasta”, trucidata - anche lei per ordine di Ferone - davanti alla tomba del marito.

Nitto cita magistrati («Mi ricordo le parole di un giudice: “siamo in guerra e in guerra innocenti ne muoiono sempre tanti”») e procuratori («Busacca disse "E' inutile festeggiare promozioni, quando Catania viene insanguinata giorno dopo giorno”»). Poi ricorda le parole di un suo capostipite con chiari riferimenti mafiosi: «Rispetta il quartiere come parente, non molestare la donna degli altri perché "essa è sacra”». Santapaola ci tiene a precisare la sua lontananza dal narcotraffico, oggi prima entrata nei bilanci del clan che porta il suo cognome. Racconta una Catania con una nostalgica distorsione mafiosa: «Io che non conosco fino a oggi la droga e anzi ne disprezzo al solo sentire parlare; le caserme e le procure a Catania non avevano "bisogno di scorta"; e dov'è quella Catania fiorente, dove sono gli imprenditori, i commercianti che potevano vivere e lavorare senza avere paura. Chi sono e dove sono quei magistrati che possono tornarsene a casa tranquilli». Lancia, quindi, un messaggio subdolo ai suoi soldati: «Sono molti i catanesi che hanno bisogno di sorridere, hanno bisogno di tranquillità, di pace e di uscire dalla paura. Ed io da catanese amo la mia città e lo grido, forte… forte…». Nitto poi ha voluto avvertire i giudici su quali fossero i veri obiettivi che avevano mosso Ferone: «Non era pura e semplice vendetta, bensì un programma lucido e lucidato». Lucidato da chi? Nitto Santapaola conosceva ben più di quello che scriveva. Nitto punta il dito su Ferone, ma Santapaola è colui che - come dissero i pentiti anche se non fu accertato da una sentenza - avrebbe fatto ammazzare quattro picciriddi rei di aver scippato la borsa della mamma. Che ha ordinato gli omicidi di Pippo Fava e Giovanni Lizzio, un giornalista e un poliziotto

Nello stesso anno Nitto deposita un’altra lettera ai magistrati, quattro fogli fitti fitti scritti con una calligrafia ordinata a stampatello. I toni e le parole usate sono simili. Ma a un certo punto spunta una frase che appare un ordine perentorio. Santapaola ha voluto dare una precisa direttiva. E potrebbe aver usato quella missiva depositata fra i faldoni del processo per fare arrivare il messaggio ai suoi sodali a piede libero. «E come cittadino sperare che Catania risorga e non nascono killers autorizzati a spargere sangue nelle case e nei luoghi sacri». Nitto ha fatto mettere le pistole nei cassetti ai suoi soldati: nessuna carneficina dopo l’omicidio della moglie. Ed è stata una disposizione che solo un capomafia poteva dare in tono così deciso: «Che siano maledetti tutti coloro che toccano i parenti innocenti di Ferone». L'ordine mafioso di Santapaola fu chiaro. E la storia ci racconta, infatti, che non ci furono vendette. Ma dall’altra parte Nitto spinse per far risorgere la famiglia mafiosa. Forse in parte all’epoca ci riuscì. Oggi questa mafia, camaleontica e quasi invisibile, va seppellita. Incenerita. E non è una questione da affidare alla sola magistratura. Ma, soprattutto, alla lotta civica di ogni cittadino.