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Racket delle estorsioni a Palermo, Addiopizzo: «Il pizzo non è più solo paura, ora si paga per avere vantaggi»

Il convegno in occasione dei trentacinque anni dalla lettera di Libero Grassi al "caro estorsore"

Antonio Giordano

10 Gennaio 2026, 15:08

Libero Grassi

A trentacinque anni esatti dalla pubblicazione della lettera al «Caro estorsore» sul Giornale di Sicilia, l’Università di Palermo ha ospitato un confronto tra mondo accademico e associazionismo per analizzare l’evoluzione del racket in città. Durante l'incontro «Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché?», gli esperti hanno evidenziato come il fenomeno non sia più legato esclusivamente alla paura, ma si sia trasformato in un pericoloso sistema di servizi reciproci tra mafia e operatori economici.

Daniele Marannano, rappresentante del comitato Addiopizzo, ha sottolineato come oggi opporsi al pizzo sia una scelta possibile che non richiede più il sacrificio mediatico a cui fu costretto Libero Grassi nel 1991. Tuttavia, il quadro resta complesso: «C'è ancora chi paga, e tra questi c'è chi ricerca, più che subisce, la "messa a posto"», ha spiegato Marannano. In diverse aree di Palermo, il pizzo viene corrisposto come contropartita per ottenere vantaggi illeciti, come «scalzare concorrenti, recuperare crediti, dirimere controversie con i dipendenti o risolvere problemi di vicinato». Secondo Marannano, queste dinamiche di connivenza sono oggi dominanti rispetto a chi paga per pura sfiducia o timore.

Anche Costantino Visconti, professore ordinario di Diritto Penale, ha messo in guardia contro letture eccessivamente schematiche del fenomeno. Pur riconoscendo la maggiore capacità degli imprenditori di resistere, Visconti ha confermato la persistenza di un legame tra economia e Cosa nostra finalizzato all'ottenimento di benefici di mercato. «Libero Grassi fu lasciato solo; oggi questo non è più possibile perché i corpi intermedi, da Addiopizzo a Confindustria, assistono chiunque voglia denunciare», ha affermato il docente. Il vero nodo resta culturale: «L’estorsione riesce non solo se il mafioso è temibile, ma se chi riceve la minaccia ha paura. Dobbiamo fare passi più decisivi sul modo di stare sul mercato degli operatori economici».

L'analisi emersa dall'incontro suggerisce dunque che la lotta al racket non debba più affrontare solo un'organizzazione criminale violenta, ma un sistema di "servizi" che inquina il libero mercato e richiede una risposta non solo repressiva, ma profondamente etica da parte del tessuto produttivo cittadino.